Certe cose dovrebbero restare come sono. Dovreste poterle mettere in una di quelle grandi bacheche di vetro e lasciarcele. So che è impossibile ma è un gran peccato lo stesso.

 



sabato, 10 maggio 2008

i'm gone
L'ultima volta che sono entrata in casa e ho trovato le mie coinquiline ad attendermi sul divano, mi sono fatta odiare per la mia indiesaccenza.
Loro mi accolsero con lo sguardo pieno di gioia e mi comunicarono di aver trovato la canzone "mai-più-senza". Avevano tanta voglia di ascoltarla di nuovo.
Ma io avevo già passato quella fase e la canzone "mai-più-senza" l'avevo ascoltata fino allo sfinimento e il video di quella canzone aveva inquietato i miei risvegli per più e più giorni.
Così, quando loro mi dissero "Il gruppo si chiama mm-gh-mm-th" io risposi velocemente "ah, i MGMT!".

Generalmente si torna a casa ogni volta che si è stati via per un po'.
Quando l'altro giorno sono tornata di nuovo a Verona avevo l'impressione di esserci tornata in modo diverso. Perchè era successo qualcosa, anche se è qualcosa di abbastanza indefinito.
Volevo scriverlo, nei giorni scorsi, ma forse non avevo pezzi di carta nelle vicinanze.
Ero a Bologna e volevo dirlo: "Ho l'impressione di essermi trasferita qui, anche se non so quando è successo. Non è stato quando ho portato qui i pezzi della batteria e nemmeno quando ho sentito che la primavera stava arrivando perchè riuscivo a pedalare senza guanti e neanche quando ho sbagliato il mio primo bucato e ho fatto diventare rosa tutte le mie mutande. Forse, il momento più preciso che riesco a individuare è stato quando un giorno era cominciato con nuvole e pioggia e il sole era ricomparso solo verso le sei e mezza e ho visto l'ombra delle foglie sulla finestra della cucina e allora mi sono detta che era ora di uscire ho preso la bici e ho fatto scorrere il dito sulla ghiera cliccabile fino ai Neutral Milk Hotel e poi ho fatto tutto il giro dei viali, in senso antiorario. E così ho scoperto che abito nel punto più basso di Bologna e che verso i giardini Margherita gli alberi mandano un profumo buonissimo."
Oggi ho passato tutto il giorno a casa e poi sono uscita e sono andata in centro. Sono passata davanti al mio Liceo per la prima volta dopo tanto tempo. E ho guardato il chiostro per bene e non riuscivo a capire perchè a guardarlo da RaiDue la luce sembrasse così diversa.
Poi ho preso un cono gelato con due palline (ho dovuto ricordarmi che qui i gusti si scelgono a palline e non a cestine, come a Bologna) alla cannella e al gusto "torta sacher" pensando "questo gelato sa di sera di aprile, aspettando che inizi un concerto tanto atteso o di pomeriggio di maggio pieno di paura per lo spettacolo di teatro imminente".
Mi ero scordata dello spettacolo di teatro. E' stato mio fratello a ricordarmelo.
Ci sono andata perchè è bello, perchè è una specie di tradizione che vorrei conservare e perchè è occasione di riflessione.
Ho incontrato i miei professori che mi hanno guardato come se fossi cambiata. "Era da un po' che non ci venivo, da queste parti." Infatti, mi dicono, e poi mi chiedono cosa è successo e io racconto di Bologna, di come sto bene, di come mi diverto ma di come faccio anche cose importanti e impegnative. Ed è strano sentirsi dire "Sì, ti vedo proprio bella. Ti fa bene l'università".
Forse mi rendo conto solo ora che durante il mio ultimo anno il mio aspetto era veramente terribile.
Mi sono seduta vicino ad una mia professoressa che era contenta di vedermi quanto lo ero io.
Parliamo un po' e parliamo anche delle cose brutte che sono successe.
Ero a Verona da poche ore, ma capivo che l'aria era veramente pesante.
E poi mi dice che uno dei cinque era un suo alunno e non sa che tono usare, nel dirlo.
[Io spero che quando la gente guarda con ammirazione le cose che faccio sappia che io tutte queste cose le faccio anche grazie a loro.]
Lo spettacolo di teatro è sempre geniale. C'è una forza grandissima che passa dal palco al pubblico. C'è tutta la crescita di un anno nelle battute a volte divertenti, a volte importanti.
Ho fatto bene ad andare ieri sera. La rappresentazione di oggi è stata annullata.
Oggi le bandire erano a mezz'asta, i negozi hanno tenuto le saracinesche abbassate, le campane hanno suonato a mezzogiorno e non c'era spettacolo di alcun genere.
C'era un pellegrinaggio silenzioso a Porta Leoni.

E' da tempo che ho voglia di andare a trovare la mia maestra delle elementari. L'ultima volta che l'ho vista e le ho raccontato quello che facevo ero in seconda liceo.
Oggi ho pensato che come incontro potrebbe essere strano. Perchè nel rivolgerle la parola dovrei darle del "lei" e sarebbe strano perchè le ho sempre dato del "tu".
E lei è sempre stata molto più grande di me, e in questi anni sono cresciuta io e quindi sarebbe più logico che fosse lei a darmi del "lei" e anche questo dev'essere strano: parlare in terza persona ad una donna a cui hai insegnato a leggere e a scrivere.

Non so se prendere il treno domani o lunedì mattina. E' strano non avere la batteria alla Lou Fai.
Non vedo l'ora che sia giugno, non vedo l'ora di ballare sul prato. Ho tante di quelle canzoni da far suonare.

Dead Meadow - Old Growth

postato da Anita (verdeanita) sabato, 10 maggio 2008 alle 22:55 | link | commenti |




lunedì, 07 aprile 2008

I bolognesi non esistono
Ti intrufoli a caso alle feste di laurea.
Con uno spritz aperol in mano parli con gente ovviamente mai vista, dei distributori di benzina in thailandia e di come erano diversi i fili elettrici negli anni cinquanta, di come si chiamano gli abitanti di Matera e di Medicina e di Peschiera del Garda.
E poi ad un certo punto, guardi la gente della via, una via tra largo Respighi o via Belle Arti. Guardi la gente che passa, con i rasta e i vestiti colorati. Ti guardi intorno e ad un certo punto esclami a voce alta. "Ma, dove sono i bolognesi?"
Ti intrufoli alle feste di laurea a mangiare a scrocco delle lasagne vegetariane, vai in mensa, prendi lo spritz al Siesta perchè costa solo un euro e il caffè alle Scuderie perchè costa settanta centesimi, fai la spesa all'In's, alla Lidl, alla Coop comprando le cose con l'euro giallo, magari prendi anche i libri in prestito alla Sala Borsa. Ma i bolognesi dove sono?
I miei compagni di università non sono bolognesi. Vengono da Lecce, Messina, Rimini, San Vito al Tagliamento. Non ci sono bolognesi. Quelli più vicini vengono da Pianoro, Brugo, San Venanzio di Galliera. Dalla provincia, ma non da Bologna.
Poi pensi ai bolognesi che conosci. I miei amici del mare. Giacomo e Francesco. Le estati dai sette ai quindici anni passate insieme, in spiaggia, dal bombolaro e alla sala giochi di Cesenatico. Giacomo mi insegnò a dire "paglia" e "cinno". La parola "Cinno" non l'ho più usata. Lui non lo vedo e sento da quattro o cinque anni.
Francesco l'ho visto di recente, davanti alla Feltrinelli. Dopo due anni. L'ultima volta ci eravamo visti in Piazza Verdi e poi lui mi aveva portato in una birreria in via del Pratello. La strada, a quel tempo, mi era parsa lunghissima.
Ho avuto altri contatti brevi ma intensi con gli abitati della mia città universitaria.
C'è il bolognese paziente che mi spiega che per buttare i rifiuti nel bidone dell'umido devo andare a richiedere la chiave al comune, "Signorina, le danno anche i sacchetti biodegradabili e il bidoncino di plastica" e quello cattivo che mi urla che non posso andare in bici sotto i portici "Studentessa dei miei stivali". E io avrei voluto dirgli "Ma te hai mai provato ad andare in bici in Strada Maggiore? I portici sono l'unica alternativa alla morte!"
La frase che i bolognesi mi hanno ripetuto più spesso è stata: "Ma sei giovanissima!". Me l'hanno detta tutti, dall'impiegato s.i.a.e. alla veterinaria gentile da cui avevo portato una colomba bianca che non volava che avevo trovato in giardino.
C'è un'altra storia da raccontare, riguardo ai miei rapporti con i bolognesi. E parla della mia terrina violacea.
La mia terrina violacea era piena di biscotti e l'avevo riempita ricevendo in cambio un cuore di pezza e un ringraziamento al microfono prima che cominciasse una canzone piena di asterischi. Ero a Verona.
Poi la mia terrina era finita a Bologna, perchè c'era ancora qualche biscotto dentro. E poi mi era stata restituita di nuovo a Verona.
Ma in tutti quei giorni la mia terrina violacea era stata in una casa bolognese vera, con dei mobili comprati apposta per quella casa e, non dico una lavastoviglie, ma almeno un ferro da stiro e un'aspirapolvere.
Sarà un pensiero idiota ma io non ho mai visto una casa vera a Bologna. Ho visto tante case. Case normali e case assurde. Ma mai case abitate da bolognesi.
Il mondo universitario è così distante da quello cittadino. Talmente distante che quando ho visto una bambina in Piazza Verdi mi era parsa una cosa strana.
Una bambina? In piazza Verdi?
Sono due mondi che non si incontrano mai.
E a volte è strano vivere da universitari a Bologna. E' come essere invitati ad una cena senza riuscire a conoscere il padrone di casa.

Why? - Alopecia

postato da Anita (verdeanita) lunedì, 07 aprile 2008 alle 00:31 | link | commenti (10) |




lunedì, 10 marzo 2008

I tried to be frangetta.
Ci provai in tutti i modi. Cercai di spiegare a tutte le mie coinquiline la bellezza di questi sette giovani ragazzi gallesi, così allegri e pure così interessanti.
Feci vedere con orgoglio che le date dei loro concerti erano riportati addirittura su Internazionale.
Ma fui onesta, troppo onesta. E non nascosi che il biglietto aveva un certo costo.
Tentai poi tutte le carte disponibili, compresa quella della pietà, del ricatto, del rimborso.
Ma fallii. Fallii miseramente.
Così, venerdì sera, andai al Covo da sola, cercando di far capire alla coinquilina e ai nostri due ometti che questo gruppo era una cosa bellissima e che tra qualche anno se ne sarebbero accorti. Cercavo di fargli credere di essere particolarmente lungimirante.
In realtà io non sono lungimirante per niente. Prova ne è il fatto che mi trovavo a Bologna, sotto la pioggia, con uno spolverino leggerissimo.
L'unica soluzione era vestirsi a strati. Maglietta rassicurante degli amati Yo La Tengo con sopra maglietta con sopra giacchetta con sopra maglione. Goffa a livelli imbarazzanti.
Inoltre, per proteggermi dalla pioggia e dal freddo, indossai i guanti e coprii il sellino della bicicletta con un sacchetto di plastica.
Ero decisamente poco cool.
Pedalando per vie periferiche, senza musica nelle orecchie e perdendo comunque la strada, cercavo di convincermi della grandiosità della mia azione solitaria.
Quando entrai al Covo c'era ancora poca gente. Pagai l'esoso biglietto con una banconota da 50 euro, il che potrebbe farmi apparire ricchissima, quando in realtà quei 50 euro dovrebbero bastarmi fino alla fine di marzo. Dunque non avevo nemmeno i due euro per il guardaroba. Mi misi a vagare per il Covo reggendo lo spolverino tra le mani, con aria smarrita.
Quando una ragazza mi chiese, con un'espressione molto dubbiosa: "Ma dov'è che suonano?" riacquistai un poco di fiducia e risposi con sicurezza "Dietro quella porta, ma la aprono poco prima del concerto. Ah, ecco, l'hanno aperta!"
Sotto il palco si era già ammassata una quantità notevole di gente.
Mandai un messaggio sereno al mio amico Michele che diceva più o meno: "Sono da sola al concerto dei Los Campesinos! Sono convinta che sia una cosa tremendamente indie. La persona che conosco meglio è un giornalista del Mucchio Selvaggio, con cui, ovviamente, non ho mai parlato. Mi sento sfigata ma con dignità."
Non che sperassi di incontrare chissachi, solo che man mano che procedo con la mia vita bolognese, mi rendo conto di come certi luoghi siano assai lontani dal mondo universitario.
I miei compagni non parlano mai del Locomotiv o del Covo. Sanno della loro esistenza, ma non ci sono mai stati. Credo ignorino la loro collocazione al di fuori dalle mura.
Per questo mi sono auto-convinta che quella gente così cool sia indigena e che io, ancora una volta, stia figurando come un'anima provinciale e  sperduta.
Credevo di essermi data un tono, con la mia pettinatura, ma fui col tempo costretta ad ammettere che andare in bici sia irrimediabilmente dannoso per la mia frangetta e tutto ciò faccia avvicinare il mio aspetto a quello di un upupa.
Questo fu più o meno il mio flusso di pensiero mentre attendevo i Los Campesinos!
I Los Campesinos! si resero visibili in mezzo al pubblico, guidati da un uomo che, con una piccola lampadina, gli fece largo verso il palco. Erano tanti e formarono una lunga fila indiana e grazie a questo io ed altri presenti ci fingemmo abilmente parte integrante del gruppo, cosa che ci permise di giungere proprio sotto il palco senza esagerati sgomitamenti.
Quando il gruppo si palesò sotto le luci realizzai però che mai e poi mai sarei potuta anche lontanamente assomigliare ad una delle tre donzelle che stavano sul palco, che erano tutte assai belle e sensuali.
Il pubblico era festante e i miei vicini avevano intenzioni molto cattive, che nel mio stile di vita corrispondono a tentativi di scatenare un pogo violento (cosa che poi fecero).
Io da un lato avrei voluto avere una compagna di danze, dall'altro, vista la situazione, considerai i miei tentativi di apparire una persona cool miseramente falliti e, dopo una manciata di secondi dall'inizio del concerto, mi misi a ballare senza ritegno.
I Los Campesinos! mi piacciono perché sono tanti e sono dei cazzoni. C'è questo ragazzo che canta con voce urlata e le ragazze che cercano di stargli dietro con le loro voci delicate.
A me piacciono molto le canzoni che ad un certo punto esplodono e diventano qualcosa di diverso e più forte. Generalmente questa esplosione l'ho sempre vista come qualcosa che diventa più introspettivo.
Qui è l'esatto contrario e quando le canzoni esplodono con tastierine e campanellini a me viene tanta voglia di ballare e mi piacerebbe solo che si fosse un po' di spazio in più, anche se, alla fine, nessuno mi pesta i piedi e sono io a pestarne molti.
Al termine del concerto, sudata e felice, sentivo l'immensa necessità di una birra.
Compresi però che la mia solitaria presenza era ambigua. Avrei potuto sfruttarla a mio favore, lanciare qualche sguardo ammiccante a qualche ragazzo e farmi offrire qualcosa, ma il mio animo non è così vile.
Pensai alla mia coinquilina pigrona, al mio morosetto preoccupato. Pensai alla pioggia che poteva ricominciare da un momento all'altro e sarebbe stata un ostacolo non indifferente.
E tornai a casa, canticchiando le canzoni che avevo appena sentito.

postato da Anita (verdeanita) lunedì, 10 marzo 2008 alle 19:16 | link | commenti (8) |




lunedì, 03 marzo 2008

Le Luci della Centrale Elettica + Supergonzo @ Emporio Malkovich

Il primo marzo metto per la prima volta piede all'Emporio Malkovich che scopro essere il posto più trascendentale e meraviglioso dell'universo subito dopo la casetta Lou Fai.
Sembra, ed in effetti è, ricavato dalla taverna dei regaz/butei.
La tessera associativa ha le sembianze di una Polaroid.
La infilo contenta tra la tessera Arci e quella di Interzona e comincio a perlustrare il locale, accompagnata dall'Amico Matte e dalla sua coinquilina Bea, entrambi ancora poco convinti, nonostante le mie rassicurazioni che Le Luci della Centrale Elettrica siano in realtà una sola persona.
La serata si apre con l'esibizione incerta di un gruppo denominato Supergonzo (e solo il nome basta a terrorizzarmi).
Ancora sospetto che i componenti di codesto gruppo siano cugini del fratello del gestore, perché solo questo potrebbe spiegarmi la loro presenza sul palco. Per tutto il tempo in cui mi rimangono davanti nella mia testa campeggia una sola parola: perché?
Perché suonano con un passamontagna nero in testa? Perché hanno deciso di suonare tutto questo? Perché sono tornati sul palco se erano usciti tutti e tre? Perché non ho comprato una batteria gialla?
Dopo mezz'ora di completa perplessità, Vasco compare sul palco.
E comincia. E mi piace ancora come ad agosto.
Mi piace quando usa il delay sulla voce e così sembra che sul palco siano in tanti e dice "Noi siamo Le Luci della Centrale Elettrica". Mi piace quando per annunciare le canzoni dice "Questa canzone parla più o meno delle stesse cose delle altre". Mi piace quando urla, da solo, in mezzo a tutta la gente che lo ascolta in silenzio. E mi piace quando parla della Coop e della precarietà, di macchine, fumo e fanali. E quando parla di ospedali maggiori e piazze verdi e di una qualunque tangenziale. E senti la provincia che si dimena dentro quelle parole e pensi che vorresti scriverlo sui muri "trasformiamo questa città in un'altra cazzo di città".
Mi chiedo se l'abbia fatto per tenersi calmo il cervello da tanta rabbia, di lasciare Ferrara per andare a Milano.
Perché quando sto a Bologna il mio cervello è molto più attivo ma anche molto più rilassato di quando sto a Verona.
Percepisco la mia nascente bolognesità snob durante il dopo-concerto, mentre nell'aria scorre una playlist che avrebbe esaltato la me stessa degli anni più ottimisti.
La me stessa di adesso, quella snob e un po' stronza, che passa dalle spillette alle magliette dei Jethro Tull con aria di superiorità si chiede semplicemente: con quale criterio sono poste queste canzoni? Cosa lega i Beatles, Rock'n'Roll dei Led Zeppelin, una delle tante canzoni tutte uguali di "Rooms on Fire" degli Strookes, la summa del socialismo tascabile che è "Robespierre" degli Offlaga Disco Pax e una canzone dei Franz Ferdinand?
Nella mia testa penso che ci avrei messo "Oxford Comma" dei Vampire Weekend o una dei Los Campesinos! o anche quella ballabile sui Joy Division dei Wombats.
E in questa che dovrebbe essere una ventata di freschezza mi sento appassita. E stronza.
Comincio ad osservare i manifesti appesi e torno perplessa. Perché gli Offlaga Disco Pax, dentro quel meraviglioso posticino, ci potevano anche stare. Ma quando comincio a leggere Low o Jens Lekman la cosa comincia a puzzarmi di cialtroneria. Bello, per carità, ma possibile?
Il dubbio mi rode così tanto che appena tornata a casa, controllo.
E mi accordo che in fondo, tutto ciò è possibile. Jens Lekman ha veramente suonato all'Emporio, il 22 aprile 2005, mentre io ero a Istambul, per la cronaca.
Sono proprio una stronza a disprezzare così la mia piccola Verona. Sono io che non la conosco tanto bene.

postato da Anita (verdeanita) lunedì, 03 marzo 2008 alle 16:25 | link | commenti (2) |




sabato, 02 febbraio 2008

Pleonastiche narrazioni musicali - Gennaio 2008
Tra i miei inutili buoni propositi per l'anno nuovo c'era quello di scrivere due righe per ogni concerto a cui mi fosse capitato di assistere.
Non l'ho fatto finora. E prima che la nebbia della memoria copra il mio cervello ho deciso di provarci.

11 Gennaio - Rosolina Mar @ ArciKroen (Vr)
Il 2008 comincia con una nuova tessera Arci in un nuovo circolo Arci, a Villafranca di Verona.
Il mio papà mi accompagna in macchina, ma guido io. L'ArciKroen è praticamente introvabile. Arrivo comunque ad un orario pseudo-decente, dopo essermi quasi persa il gruppo spalla. Mi accoglie "I heard you looking" e ancora mi pare strano.
Il posticino è un po' piccolino e io e miei amichetti siamo tutti stipati alla sinistra del palco.
I Rosolini non deludono. Il batterista ha un che di geniale. Loro hanno un che di geniale. La "Mingozo di Mongozo" tanto attesa mi delude giusto un pelino, ma solo perché al Locomotiv era venuta meglio.
[I Rosolina Mar suoneranno il 16 Febbraio a Interzona, con in Trumans Water]
24 Gennaio - Red Worms' Farm + Dadamatto @ Locomotiv Club (Bo)
Il Locomotiv mi mancava. Scesa dal treno per Bologna mi ritrovo davanti al suo palco nel giro di venti minuti.
Il gruppo che apre è folle. Sono in tre, il batteraio è violento e spacca bacchette (poor bacchette). Io sono buona, quindi non riesco ad apprezzare in toto. Però mi diverto, anche perché tra una canzone e l'altra sparano cazzate a raffica. Poi si mettono anche a usare tastierine e cose così.
Dopo salgono i Red Worms' Farm che già dal nome incutevano timore. Vederli sul palco mi spaventa un pochino. Il titolo del cd "Cane, Gorilla, Serpente" non mi aiuta. Ma poi mi piacciono assai. Sono due chitarre e batteria ma sanno essere scavanti il giusto. Il suono è solido e deciso.
[I Red Worms' Farm sono nel "prossimamente" dell'ArciKroen, ma per i fatti che narrerò in seguito nutro seri dubbi sulla mia presenza]
25 Gennaio - Canadians @ Estragon (Bo)
In bici ci metto poco a raggiungere l'Estragon. Ad aiutarmi nel freddo tragitto ci pensano l'amor di patria e l'ingresso gratuito. Poi questo si svela come il concerto più piacevole dei miei conterranei. E' bello perchè è l'Estragon e il pubblico è adorante il giusto e loro si vede che ci tengono. Meno preciso di quello del Covo, forse per via dell'emozione (loro) che si è sentita tutta. Però "Soon soon soon" ha spaccato i culi. Tutti.
29 Gennaio - Amycanbe @ Sesto Senso (Bo)
Lo sfruttamento delle mie coinquiline prende piede. Martedì sera le convinco a seguirmi al Sesto Senso che per l'occasione è stipato all'inverosimile. Io, dopo averci riflettuto attentamente, decido dove collocare la mia postazione (incastrata tra il tavolino del mixer e una fastidiosa sedia senza alcuna funzione). Il concerto parte bene, con "24 Hours" che è delicata e suggestiva, ma si blocca subito per problemi tecnici. Poi riparte, ed è una bella sorpresa. Gli Amycanbe propongono una musica decisamente piacevole, usano molti strumenti, chitarre, tastiere, e alcune incursioni elettroniche. Ci sono pezzi delicati ma anche canzoni più decise, con l'uso di una batteria non troppo invasiva. Loro sono perfetti. Il locale non rende però.
[Sul loro last.fm si possono ascoltare ben sei brani, e uno si può anche scaricare!! ]
31 Gennaio - Altro + Afraid @ Locomotiv Club (Bo)
Lo sfruttamento delle coinquiline procede. Riesco a portarle fuori anche la sera prima di un esame (l'esame però era mio). Il Locomotiv è pieno come per un grande evento. Sapevo che sarebbe stata una serata cattiva. Però non me l'aspettavo così cattiva.
Aprono gli Afraid. Sono tutti molto carini e vestiti da O.C. ma poi si rivelano con urla e grandi balzi sopra la grancassa. Li ho apprezzati abbastanza, forse perché hanno risvegliato la mia parte cattiva ormai da lungo sopita. O forse perché il batterista aveva una maglietta con scritto "Casa della Moquette - Bussolengo Vr" che vale il prezzo del biglietto.
Seguono gli Altro. Sono loro a lasciarmi più perplessa. Più di muovere la testa avanti e indietro non mi è rimasto molto. Lo so che loro sono così. E in effetti il concerto doveva essere così. Però a me non piacciono queste cose.

Ieri sera ero felice di inaugurare i concerti di Febbraio con i Settlefish all'ArciKroen. La mia carissima coinquilina/accompagnatrice Bongio passa a prendermi un po' ritardo, essendo appena appena giunta da Bologna (per quantificare l'orario, diciamo che ho fatto in tempo ad ascoltare quasi tutta la puntata di polaroid).
In macchina verso Villafranca l'ammorbo con i miei soliti dischi. E poi, nulla.
Vaghiamo per due ore in cerca dell'Arci. Quando l'ora diventa troppo tarda, anche immaginando il più lungo dei ritardi (perchè i concerti cominciano sempre tardi) ce ne torniamo a casa. Molto, molto deluse.
Il primo concerto di Febbraio diventa automaticamente The Calorifer is Very Hot + Edwood al Locomotiv. Giovedì. Ma tanto non ci sono lezioni il giorno dopo, quindi contiamo di ballare fino a tarda ora.

postato da Anita (verdeanita) sabato, 02 febbraio 2008 alle 13:49 | link | commenti (2) |




giovedì, 17 gennaio 2008

Toglietemi tutto, ma non le mie scarpe azzurre
Rileggo un mio vecchio post che non ha neanche un anno e mi sembra che di tempo ne sia trascorso un sacco.
Era marzo e io ero nel pieno della vita universitaria. Avevo sperimentato le prime lezioni, avevo fatto i primi esami ed ero tornata a casa durante le vacanze tra un semestre e l'altro.
Ero nel pieno della vita universitaria e avevo il cuore strabordante di tutto.
La mia amica Sofia, che era stata con me al ginnasio, aveva deciso di partire per Dublino ed ero andata a salutarla e, mentre lei parlava con tutti i suoi amici che per qualche mese non avrebbe rivisto e sgranava i suoi immensi occhi azzurri con stupore e gratitudine, io parlavo con Anna del mondo universitario che ci stava spaesando.
Facevo sogni assurdi e surreali, in quel periodo: sognavo ripetutamente di essere ancora al Liceo, nella stessa classe. Anche se nel frattempo ero anche all'università.
Mi pareva di essere in vacanza, come se la scuola fosse lì lì per ricominciare.
Pochi giorni dopo ero tornata nel liceo bicentenario.
Ci sono giorni, se provo a ricordarli, che mi paiono eccessivamente luminosi e dilatati. Hanno un odore particolare o sembrano piccoli film ripresi dalla giusta angolazione, con una luce fantastica, una sceneggiatura accurata e una colonna sonora perfetta.
Ci sono giorni talmente belli da essere dolorosi.
Quei tre giorni, o forse sono stati solo due, in cui tornai sui miei passi, sono così.
Mi ricordo che mentre me ne stavo in aula magna, con le All Star azzurre davanti a me, poggiate sulle sedie di legno, e pensavo - Ancora, sono qui ancora e ho le stesse scarpe e c'è sempre Alex che suona e io sono sempre qui, con le mie scarpe sulla sedia e la borsa gettata su questo pavimento distrutto, ancora - avevo in testa Glosoli dei Sigur Ròs e stavo un po' esplodendo come la scena finale di Zabriskie Point con un sentimento contrario. Semplicemente perché avevo quel piccolo momento nel cuore, ed ero lì, ancora, ma in quell'ancora c'erano un sacco di altri momenti uguali, con le mie scarpe sulla sedia, ma le persone intorno a me erano tutte diverse e allora, provare a pensare, in quel momento, a tutti gli altri momenti mi faceva scoppiare il cuore. E Glosoli era così. Perché c'era una batteria che spingeva sempre nella stessa direzione e diventava sempre più potente e grande, come il becco di un pulcino che cerca di uscire dall'uovo e come tutto il tempo trascorso con quelle scarpe su quella sedia che cercava di uscire dal mio corpo per trovare il proprio posto in quell'aula magna cadente.
A Bologna avevo una casa per cui non provavo affetto, pochi amici, nessun luogo caro e l'orario dei treni stampato a memoria nella mia testa, sempre pronta a tornare.
Pochi giorni fa ho dato l'ultimo esame del primo anno. L'unico che avevo lasciato indietro.
Sono tornata a Bologna da sola, sono tornata in una casa fredda perché non credevo valesse la pena accendere il riscaldamento.
Però, una volta arrivata in via Stalingrado avevo urlato "Casaa!!" e avevo trovato della posta nella buca delle lettere.
E poi ero tornata nell'aula studio di viale Berti, improvvisamente vuota, inaspettatamente deserta. Ma in facoltà avevo trovato tutti i miei colleghi.
Incredibilmente, anche se era passato appena un mese dall'ultima volta che li avevo visti, sembravano tutti un po' invecchiati.
Ed è stato bello ritrovarsi per caso, a fare una di quelle cene da fuori sede, cosicché ti ritrovi una tavola piena di pietanze che provengono da Ferrara come da Catanzaro.
E ora, nella mia testa, c'è una nuova canzone dei Sigur Ròs. E' diversa perché è meno dispersiva. E' più precisa e sa quello che ha da dire. Non per questo Glosoli è meno bella. Però è piacevole ritrovarsi in queste due canzoni, e pensarci.
E' esplodere sempre, ma in modo diverso.
Mi sembra quasi che questa non sia esattamente un'esplosione, ma una grande spinta data da tante cose.
Credo siano tanti stimoli nuovi, e il sentimento che di strada ne ho fatta, e che adesso, se mi guardo indietro, ho un "passato" anche a Bologna.
E non vedo l'ora di tornare a qualche concerto, a farmi pestare i piedi dal mio dj preferito.
Ci sono tante cose che voglio fare.

Glosoli - Sigur Ròs

Hljòmalind - Sigur Ròs

postato da Anita (verdeanita) giovedì, 17 gennaio 2008 alle 23:30 | link | commenti (8) |



Lezione di guida. La partenza in salita.
L'Istruttore mi spiega che devo coordinare freno e frizione e che posso usare sia il freno normale che quello a mano.
Faccio entrambe le cose e poi dico: "Ma è più facile con il freno a mano".
E lui: "Boh, è che molte persone trovano difficile fare contemporaneamente una cosa con i piedi e una cosa con le mani".
E io: "Ma io suono la batteria, non ho questi problemi!".
Sono soddisfazioni.

postato da Anita (verdeanita) giovedì, 17 gennaio 2008 alle 14:11 | link | commenti (6) |




lunedì, 07 gennaio 2008

Non voglio altro che restare per sempre proprio dove mi trovo.
Che senso ha indossare ancora della scarpe talmente vecchie che sono più i buchi della stoffa?
E' sempre difficile tornare a scuola o al lavoro, il lunedì mattina. Figuriamoci poi dopo le vacanze.
Ecco, oggi, per un certo gruppo di persone era, se possibile, un po' più difficile. Mediamente, un po'. Per alcuni probabilmente non cambiava nulla, ma per altri era difficilissimo.
Per me, ad esempio, non è stato uno sforzo così grande. Però pensavo alle altre persone e avrei voluto fare qualcosa per loro, anche se, nella pratica, non potevo fare nulla. Così ho fatto una cosa un po' stupida, che non ha cambiato la vita a nessuno. Però l'ho fatta.
Anche io mi sono alzata questa mattina, come se avessi dovuto andare a scuola. Ho pensato a quello che facevo due anni fa e ho ripetuto le stesse cose. Alle sette ho messo la sveglia con i Pogues, mi sono alzata, lavata, vestita. Ho preparato la cartella con i libri. Ho indossato le mie vecchia All Star e il mio vecchio cappotto vergognolo. Ho preso la bicicletta e sono andata in centro. E sono passata davanti alla scuola, come se effettivamente dovessi andarci. Tutto qui.
Ieri sera, prima di addormentarmi, ho ripensato alla mia maturità.
Io mi vergogno tantissimo del mio voto di maturità e voi direte che non conta niente, nella vita.
Però a me dà fastidio.
Mi dà fastidio perché quel voto, allo stesso tempo, so meritarmelo ma so anche che non mi rappresenta per nulla.
So di meritarmelo perché, oggettivamente, dopo tre scritti perfettamente sufficienti e un orale disastroso, i professori non potevano darmi di più. Probabilmente mi hanno anche dato di più. Quei due miseri punticini che mi separano da un vero calcio nel culo io li ho sempre interpretati come: "Anita, volevamo darti di più, ma come facevamo?".
E' anche vero che probabilmente non mi ero ammazzata di studio, ma non è questo il punto.
Il punto è che quell'orale disastroso era stato il coronamento di un anno orrendo, vissuto in una classe dove mi mancava l'aria. E quello che è successo all'orale non è colpa dei professori, che mi hanno fatto anche domande semplici o domande di cui sapevano che sapevo la risposta e anche domande bastarde, ricevendo lo sguardo incredulo dei colleghi. Mi dà fastidio il fatto che tutte le mie ansie e la voglia di finirla in fretta erano date da quegli ultimi mesi, in cui avevo segnato sul diario i giorni che mancavano alla fine, godendo nel vedere che ogni mattina diminuivano, quando in realtà sapevo che quel posto mi sarebbe mancato come nessun altro al mondo.
Sessantadue.
E forse, per quello che mi ricordo di greco o filosofia, un sessantadue è anche corretto.
Ma per quello che umanamente ho imparato, un sessantadue è troppo poco.
Non vuol dire niente.
E per il resto della mia vita, quando dovrò presentare un curriculum, sembrerà che io, in quei cinque anni, non abbia imparato niente. Ed è tutto il contrario.
Ecco perchè odio quel sessantadue.
A volte mi verrebbe voglia di rifarlo tutto, il liceo, solo per cambiare il voto sul diploma.
Tra una settimana ho un esame. Se vado in biblioteca riesco a concentrarmi meglio.
Tra le biblioteche di Verona c'è la Civica, che si comporta com un negozio del centro e apre alle nove e il lunedì sta chiusa (come i negozi del centro, appunto), e la Frinzi, che da brava biblioteca universitaria ha fatto suo il quarto d'ora accademico e apre alle otto e un quarto.
E oggi sono tornata qui, con i miei libri e i miei appunti disordinati.
E mi fa strano pensare che, alla fine, sia stato cos' facile riuscire ad alzarsi, mentre per altri sarà stato così difficile e invece c'è anche chi non si alzerà più la mattina per andare a scuola. Per andarci a studiare e per andarci a insegnare. Non si alzerà più la mattina e basta.
E come a me dà fastidio quel sessantadue che ritengo ingiusto c'è a chi dà fastidio che qualcuno abbia studiato tanto e abbia fatto tanto nella vita per poi cadere da un albero e non alzarsi più. Troppo presto. A che serve?
E sono le persone a cui questo dà più fastidio che hanno fatto così fatica ad alzarsi questa mattina. Perché a lui, quel professore tanto amato e che sapeva tante cose e che alla fine è morto in modo così stupido, così casuale, così insignificante e poco eroico, non ha dato fastidio. Non si è accordo di nulla, lui.
E anche se l'ho visto e conosciuto poco, ho ricordi molto importanti legati a lui.
E immagino che dentro alle mura bicentenarie che tanto mi sono care, oggi ci sia tanta tristezza e silenzio e compostezza.
E tante domande dentro a mille e cinquecento teste.
E tante domande anche fuori, nelle teste di chi in quelle mura bicentenarie ci è passato.
E anche nella mia, che per fare qualcosa ne ho fatta una così stupida, come alzarmi presto la mattina.

postato da Anita (verdeanita) lunedì, 07 gennaio 2008 alle 14:40 | link | commenti (2) |




mercoledì, 02 gennaio 2008

Il quarto quadrante della tipologia di Thompson. La razionalità casuale ossia lo stallo decisionale.

Scienze dell'amministrazione è finora in testa alla classifica delle mie materie universitarie. Ho imparato cose che mi hanno cambiato la vita. Dopo il costo opportunità, la razionalità casuale è il concetto più applicabile alla vita.
Se mai un giorno dovrò spiegare a qualcuno i quattro modelli decisionali narrerò sicuramente del mio capodanno appena trascorso.
Non so esattamente cosa mi aspettassi da un capodanno a Roma. Probabilmente non mi aspettavo nulla di particolare. Ero solo contenta perché finalmente l'avrei trascorso con Francesco. Ero anche contenta di fare qualcosa con i miei amici di scout che stando a Bologna non vedo mai. E poi Roma è sempre bella, e quindi ok. Andiamo a Roma. Andiamo a Roma e quando controllo su internet cosa c'è da fare a Roma scopro che non c'è praticamente nulla. E vabbè. Neanche un concertino di qualche gruppettino sconosciuto ai più di quelli che piacciono a me. Non che avessi mai neanche lontanamente  pensato di riuscire a portarci il mio sgangherato gruppo di amici. E allora magari era meglio così, sapere di non perdersi nulla di particolare. Poi c'erano Elio e le Storie Tese e la Bandabardò a Cinecittà e non che siano i miei gruppi preferiti, però tra quello e Amore08, la discoteca all-night-long da quaranta euro, e il concerto di Giorgia, vicino all'Altare della Patria, non è che avessi molti dubbi.
E invece, non ho capito bene per quale oscura forza maligna, oppure per lo stallo decisionale di cui mi parlò il prof. Tronconi, finimmo in piazza Venezia, che per chi non lo sapesse è proprio di fronte all'Altare della Patria e quindi al concerto di Giorgia (e quindi neanche davanti al palco con Giorgia, che bo, magari mi avrebbe fatto ingannare il tempo, ma  dietro al palco).
Il count-down fu piuttosto sgangherato, per non dire inesistente, e quindi non fui pronta e scattante, e non riuscii a nascondermi e a fuggire dagli spruzzi di spumante o vino o chissà che cosa. E mi procurai una macchia ancora non identificata sul retro del mio montgomery verde.
E di li a poco, dagli zainoni che io e mie amici ci portavamo appresso, sbucarono litri e litri di alcol.
A questo punto i lettori di codesto candido blog avranno una pessima opinione della sottoscritta. La narrazione delle sue gesta alcoliche ha già imbrattato in passato questa piccola paginetta ma vi posso garantire che il mio culto del bere è totalmente sano.
Degusto con piacere una birra parlando con i miei amici. Apprezzo anche del vinello e adoro quello schifoso che servono delle bettole da due soldi. Quando esco non vado mai oltre alla mezza pinta di birra e sidro o al secondo bicchiere e mezzo di vinello (c'è sempre un mezzo bicchiere quando ci si divide una caraffa). Alle feste bevo decisamente di più e sono assai più allegra ma sono sempre riuscita a mantenermi ad uno stadio "barcollante ma non vomitante" e neanche troppo barcollante a dire la verità.
Mi piacerebbe dirvi che non bevo quando guido, ma io, non avendo la patente, non guido. Ma se l'avessi non berrei di certo.
E quindi, con questa premessa, vorrei dire che i litri e litri di alcol (oltre a non essere proprio eccessivi per un gruppo di dieci persone) avevano una duplice funzione: la solita funzione sociologica (renderti un po' più allegro) e una funzione oserei dire pratica, cioè quella di non farti crepare di freddo. Per adempiere alla seconda funzione, però, l'alcol avrebbe dovuto essere diluito per tutto l'arco della nottata, visto che avevamo preventivato di passarla fuori.
Invece di questi litri e litri e litri venne sfruttata solo la funzione sociologica in un tempo molto ridotto, quantificabile nel percorso a piedi lungo via del Corso, da un gruppo limitato di persone e questo portò il tutto alle estreme conseguenze, cioè ritrovarsi in piazza di Spagna ad aspettare che il vomito diventasse bile e che la nausea passasse.
A quel punto io avevo un unico, unico desiderio: o fare qualcosa tipo andare in un locale a bere o a ballare o, se l'alternativa era vagare per Roma senza un meta o stare fermi in piazza, andare in ostello a dormire. Altri avevano voglia di andare a fare un giro per Roma, altri avevano voglia di andare a bere qualcosa, altri stavano vomitando, altri avevano voglia di restare seduti. Gli obiettivi non erano condivisi.
A peggiorare la situazione c'era anche il fatto che non ci si poteva muovere per via degli svomitanti, non si vedevano bar aperti, non c'era la metro, non c'erano gli autobus e c'era troppo freddo per stare seduti. I mezzi non erano disponibili o comunque erano sconosciuti.
Ci trovavamo insomma nel quarto quadrante: lo stallo decisionale, ossia il niente, ossia lo stare fermi. Che era esattamente quello che non volevo.
In seguito, dopo svariate discussioni, il gruppo si mise a vagare per Roma. Che era la seconda cosa che non volevo.
Poi scovai un bar aperto e mi ci fiondai dentro con il resto della compagnia per essere cacciata fuori dopo poco, visto che doveva chiudere.
Infine, esasperata, impietosii Francesco che, tenerissimamente, mi accompagnò a piedi fino all'ostello.
Lungo il tragitto, verso le sei della mattina, scorgemmo un bar aperto e mi offrì una colazione buonissima (latte caldo e mega bombolone nutelloso)  .
Dormire tre ore e basta fu stranamente rinvigorente.
La mattina seguente tornai lentamente, molto lentamente a Verona, pensando, pensando continuamente, che quattro anni fa, quando ero tornata a casa presto, prestissimo e i miei genitori erano già a letto (perché conoscendoli erano già a letto a mezzanotte e un quarto) e mio fratello era, giustamente, ancora fuori e io mi ero immersa nella poltrona e mi ero guardata il film di Woodstock su Rete4, anzi, l'avevo solo ascoltato perché la tv prendeva male e si vedeva malissimo, ed ero un po' triste e malinconica e mi era anche venuta voglia di accendere l'ingranditore e stampare qualcosa in camera oscura perché la mia camera oscura ancora esisteva, be, era stato un capodanno meno insulso, anzi, era stato quasi un bel capodanno e sicuramente è stato il mio capodanno più sensato.
Ieri, tra il viaggio in treno e la lunghissima dormita, non mi sono neanche resa conto che il tempo era passato.
Michele mi ha detto "Ti presento il giorno che non hai vissuto".
Ero uscita con Michele per comprare i biglietti per Neil Young. I biglietti per Neil Young non sono ancora finiti. Ma quelli più economici sì. Ora il concerto costa 120 euri.
Per consolarmi avevo deciso di prendere una crepe con la Nutella. La creperia era chiusa.
Allora decisi di prendermi una piadina con la Nutella. La piadineria era chiusa.
Michele mi disse che era meglio se ce ne tornavamo a casa.
Ho deciso di ascoltare Neil Young in bicicletta, così da rendermi conto che non è 'sto granché in realtà. Ma non è così, purtroppo.
Non è così, cazzo.

In tutto questo non sono riuscita a dire che i giorni precedenti al capodanno non sono stati così disastrosi, ma anzi, sono stati molto piacevoli. E che tanto io sono troppo buona e non ce la faccio a dire che una cosa mi ha fatto veramente cagare, diciamo che questi primi giorni del 2008 ci sono andati vicini. Sperando che il buon giorno non si veda dal mattino.
Buon anno

postato da Anita (verdeanita) mercoledì, 02 gennaio 2008 alle 22:55 | link | commenti (3) |




martedì, 25 dicembre 2007

La Classifica di Fine Anno
Credevo che non avrei fatto la classifica di fine anno, per vari motivi che vi spiegherò, ma, pensandoci bene, per una persona che ascolta tanta musica e per cui la musica è una cosa importante, ripensare alla colonna sonora dell'anno è come ripensare a tutto quello che durante l'anno si è fatto. E quindi.
I motivi per cui la mia classifica sarà orribile e contro ogni logica della classifiche di fine anno sono i seguenti:
1. Fattore assimilazione: Sono estremamente lenta ad assimilare i dischi. Non posso ascoltare più dischi contemporaneamente e pretendere di capirli e quindi di apprezzarli. Quindi la mia classifica di fine anno sarà molto, molto breve.
2. Fattore nostalgico: [che è un po' ciò che lega tutta la mia vita] Non riesco ad ascoltare dischi recenti. Perchè vorrebbe dire ritrovarsi tra qualche anno a rimembrare i tempi in cui il disco era uscito e per me ciò sarebbe troppo deprimente. Quindi, per amortizzare l'effetto nostalgia, aspetto che un disco abbia già fatto il suo tempo e solo dopo decido di ascoltarlo.
E quindi, con le dovute premesse, ecco ciò che io ho ascoltato durante questo 2007 appena trascorso :

5. Le Luci della Centrale Elettrica
Questo non è un disco. E' stata la cosa giusta al momento giusto. E' un demo masterizzato male e arrivato per posta. Attesa e poi un concerto durato quaranta minuti. Chitarra, voce, un delay e un bicchiere di birra. E ancora attesa. Questo disco uscirà, spero, nel 2008.
[Le Luci della Centrale Elettrica saranno nei miei (e probabilmente vostri) paraggi il 20 Gennaio all'Arterìa di Bologna e il 1 Marzo all'Emporio Malkovich di Verona.]

4. Today - Galaxie 500 (1988)
La svolta. Nient'altro.

3. My Lonely and Sad Waterloo - My Awesome Mixtape (2007)
Questo è l'unico disco del 2007 presente nella mia classifica di fine anno.
Dei Mam ne ho parlato tanto e li ho visti un po' di volte nel corso dell'anno e hanno rappresentato il passaggio tra Verona e Bologna.
Questo è l'unico disco del 2007 ed è e sarà parte integrante del fattore nostalgia. Tra qualche anno io ascolterò questo disco e mi verrà in mente l'estate e poi la casa nuova a Bologna e il concerto al Covo e il concerto al Locomotiv e le spillette a forma di cuore e quando lo ascoltavo sotto la pioggia, aspettando l'autobus dopo una delle mie prime lezioni di batteria.
Questo disco, in tanti suoi momenti mi ha fatto pensare: "Urca, ma è proprio bello!", e raramente ciò mi accade.
Questo disco mi piace tantissimo. Punto.
[Anche se è ancora da confermare, i My Awesome Mixtape dovrebbero aprire agli Offlaga Disco Pax il 23 Febbraio all'Interzona di Verona.]

2. Before And After Dinner - Rosolina Mar (2005)
Adorai la copertina di questo disco, fin da quando la vidi negli espositori della Fnac. Non lo comprai per il fattore nostalgico di cui sopra.
In qualche macchina ne ascoltai qualche traccia.Poi me lo feci passare in modo illegale dall'amico Miguelo.
Giunta da poco in terra bolognese appresi che i Rosolina avrebbero tenuto un concerto a pochi e sottolineo pochissimi passi da casa (al neonato Locomotiv Club, che divenne in seguito meta della gran parte delle mie serate).
Il locale era talmente nuovo che puzzava ancora di vernice. Fu il concerto più bello di quelli visti finora in terra bolognese.
Me ne tornai a casa abbracciando Before And After Dinner. Credo di averlo consumato. Letteralmente.
E pensare che una cosa così bella l'abbia sformata la mia piccola e insulsa città mi riempie d'orgoglio.
[I Rosolina Mar suoneranno a Villafranca di Verona l'11 Gennaio e il 16 Febbraio a Interzona.]

1. Painful - Yo La Tengo (1993)
Gli Yo La Tengo sono il gruppo che bisognerebbe ascoltare verso i 60 anni, secondo me. Ascoltarli prima vuol dire considerare cacca tutto ciò che si ascolterà dopo. C'è poco da fare. Poi magari dico questo solo perchè sono il mio gruppo preferito e ognuno può dire questo del suo gruppo preferito. In ogni caso per me sono e resteranno sempre molto, molto importanti.
Ho conosciuto gli Yo La Tengo in modo deprecabile, ossia con una raccolta. Ho amato gli Yo La Tengo nel modo migliore, rimembrando il loro concerto del Rainbow. Ho cercato tra i dischi degli Yo La Tengo un disco mi regalasse ciò che cerco in un disco. In Sala Borsa ho trovato Painful. Ascoltarlo è stato un piccolo viaggio. Ed è questo ciò che chiedo ad un disco.
[Gli Yo La Tengo verranno presto in Italia, ne sono sicura. ]

Buon Natale!

postato da Anita (verdeanita) martedì, 25 dicembre 2007 alle 19:38 | link | commenti (8) |